Due ore, otto minuti, ventiquattro secondi

martedì, aprile 18, 2017


Firenze, 9 aprile 2017, ore 10:55. Ho già percorso quattordici chilometri della mia prima mezza maratona, sgambettando in allegria per le strade del centro storico. La strategia di gara consiste nel tallonare i pacer ― atleti, muniti di palloncini colorati, che corrono a ritmi prestabiliti ― delle due ore e quindici minuti, possibilmente fino al traguardo, insieme a un affiatato gruppetto di improbabili runner. In poche parole una tattica complessa e variegata, adatta a chi come me ha un unico ambizioso obiettivo: arrivare in fondo senza morire.
Ma al quindicesimo chilometro, sorprendendo (solo) me stessa, aumento l'andatura. Le gambe girano alla grande, non sono stata ancora vittima di apparizioni mariane, e mi convinco che posso ottenere qualcosa di meglio ― è sempre esaltante, nella vita, quando accade! E allora via, spedita verso il successivo chilometro, staccandomi da pacer e compagnia bella. Passo accanto al segnale con su scritto 16° a caratteri cubitali e, chissà perché, accuso un vago senso di solitudine, nonostante la presenza degli altri runner, degli spettatori sul marciapiede, di qualche cane al guinzaglio, dei volontari della Half Marathon Firenze, di un sole meraviglioso. "Che cosa c'è che non va, Alessandra, eh?" domanda il grillo che abita nei meandri più reconditi del mio cervello. Prima di riuscire a formulare una risposta sensata, intravedo i lampeggianti di un'ambulanza, un centinaio di metri più avanti, nei pressi del Torrino Santa Rosa. Scatta un check-up immediato: battiti cardiaci nella norma per il ritmo di corsa; assenza di affanno e/o dolori particolari; visione non offuscata; gambe toniche. Tutto sotto controllo. Nel frattempo raggiungo l'ambulanza. I paramedici stanno aiutando una ragazza ad adagiarsi sulla barella. Se la prendono comoda. Buon segno. Niente di grave. Probabilmente un piccolo malore. Proseguo tranquilla.
Nei pressi del diciassettesimo chilometro, ostentando una vitalità insperata e un sorriso a trentadue denti, batto il cinque a Eleonora, grande amica, oggi in veste di super tifosa. E glielo leggo negli occhi lo sbigottimento (e forse pure un pizzico di delusione?) di chi si aspettava uno spettacolo completamente diverso: quello in cui passavo arrancando, con la lingua di fuori e il viso stravolto dalla fatica. Giungo al diciottesimo chilometro con il sorriso ancora sulle labbra, dopo aver dato un altro paio di smanacciate a dei turisti spagnoli travolti da un'incontenibile gioia di vivere. "Mueve tu culo gordo!" pareva urlassero, ma solo nella mia testa. Via dei Serragli (dove ha inizio il diciannovesimo) di solito è una strada che collega Ponte alla Carraia con Porta Romana. Ma adesso non è nient'altro che un... Maledetto. Falsopiano. Infinito. (L'anima de li mortacci sua). Houston, abbiamo un problema: crisi in arrivo. Ripeto, Houston, abbiamo un problema: crisi in arrivo. Dalla torre di controllo si alza un grido unanime: come on, Alessandra, keep moving! Stringo i denti e, per fortuna, incappo in una distrazione dai contorni surrealcinematografici. Mi accorgo, infatti, che il tizio che sto superando è, in realtà, uno zombie uscito dal film La notte dei morti viventi di Romero. Eh già. L'inquietante ex Homo Sapiens sulla sessantina possiede, senza alcun dubbio, uno zombie-talento innato. E credo con tutta me stessa che l'incedere zombesco di questo pseudo-Frankenstein, alto quasi due metri, meriterebbe una medaglia, un riconoscimento, un qualche premio. Se non un Oscar almeno un David di Donatello. Perché tanto, intendiamoci, il David l'hanno dato a cani e porci. Pure ad Asia Argento. Pensa te. Vuoi mettere Asia Argento con il mio zombie preferito...? Però... aspetta un attimo... Osservando meglio il neo vincitore del più importante premio cinematografico italiano, penso che dietro al suo sguardo vitreo, ormai inchiodato su un punto indefinito dello spaziotempo, qualche chilometro fa si celava un essere umano senziente. Mi sale un'angoscia improvvisa. E se rischiassi anch'io di ridurmi in quello stato vergognoso, trascinandomi per le strade del centro a seminare disagio, paura, e orrore...? "Ma come cazzo ti viene in mente una cosa del genere, Ale, non lo vedi che mancano appena un paio di chilometri?!" urla il solito grillo. Lode a te, salvifica voce della ragione! Se tu non esistessi bisognerebbe proprio inventarti! Raccolgo le energie, aumento la falcata, e dico addio al talentuoso zombie-Frankenstein.
Piazza della Calza, oltre a odorare di bagnato, offre l'ultimo, compassionevole, spugnaggio. All'inizio di via Romana butto un'occhiata sul cartello del ventesimo chilometro. E, in men che non si dica, incappo in un'oasi (piazza Pitti) dove tracanno un po' d'acqua. Riparto di slancio imboccando via Guicciardini, che nell'arco di un minuto si trasforma in Ponte Vecchio. E si dà il via al ventunesimo chilometro, signore e signori! Ci siamo, ormai è fatta, penso. "Duai, duai, duai, che sei in fonduooo...!" mi conferma Piero Pelù (gli assomiglia parecchio), con un tono tra l'entusiasta e il melodrammatico.
Alla fine di Lungarno Diaz, poco prima di Ponte alle Grazie, mi pervade un'insolita euforia, dovuta al massiccio rilascio di endorfine per via dello sforzo. In botta piena, travolta da un imprevisto Amore Universale, vorrei abbracciare tutti: gli amici spettatori, gli amici cani al guinzaglio, gli amici organizzatori, gli amici turisti, gli amici gabbiani, gli amici lampioni. E pure gli amici pesci che boccheggiano come me ― benché io non sia immersa, al contrario di loro, nelle acque putride dell'Arno ―, mentre effettuo una curva a gomito davanti alla Biblioteca Nazionale. Trecento metri alla fine. Infilo Corso dei Tintori. Volto a destra in via Magliabechi e, finalmente, Santa Croce è nel mirino. Supero l'agognato cartello del ventunesimo chilometro. Entro in piazza. Giro a sinistra. Il traguardo è un'apparizione. Gli ultimi sessanta metri me li gusto, uno dopo l'altro, galleggiando sul red carpet come una diva al Festival di Cannes. A destra e a sinistra, al di là delle transenne, i tifosi-fan sono in delirio. Non so ancora se ho vinto l'oro olimpico oppure la Palma d'Oro. Nell'indecisione alzo comunque le braccia al cielo, poco prima del finish.
Volo a trent'anni fa. Ultime porte di una gara di slalom gigante, all'Abetone. Gambe a pezzi, cuore a mille, la linea del traguardo si avvicina velocemente. Mancano venti metri. Metto gli sci piatti per ridurre al minimo l'attrito sulla neve. Le fotocellule fermano il cronometro. Gli amici dello Sci Club fanno un gran casino, urlano come scimmie, battono le mani, tirano pallate. C'è anche mio padre, che scatta qualche foto, più vivo che mai. Sono stati gli anni a correre veloci. Altro che la sottoscritta: due ore, otto minuti, ventiquattro secondi.



© Alessandra Biagini - tutti i diritti riservati.

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